Il cosiddetto “inchino”, del quale si è tanto parlato e ancora si parla in seguito all’incidente della Costa Concordia di 10 anni fa, altro non è che un saluto, un passaggio sottocosta di una nave per omaggiare con luci e segnali acustici gli abitanti della zona.
NON è una regola, ma una tradizione marinaresca che affonda le proprie origini ai tempi delle repubbliche marinare: una tradizione radicata nella marineria, anche in quella militare, a tal punto che anche Nave Vespucci talvolta omaggia le cittadine costiere che si trovano sulla sua rotta, sostando alla fonda per mostrarsi in tutta la sua bellezza.
L’ “inchino” oggi si è trasformato in una molto meno poetica “rotta turistica”, cioè quell’insieme di passaggi sottocosta, tassativamente eseguiti a bassa velocità, che permettono a passeggeri ed ospiti di ammirare dal mare località nelle quali non è previsto fare scalo. Tale rotta è un insieme di manovre intraprese sulla base di valutazioni e considerazioni da parte del Comandante in base a svariati criteri che tengono conto ad esempio della pericolosità dei fondali, la conformazione delle coste, il traffico, le condizioni meteo marine e altro. Tutto DEVE essere eseguito in conformità alle norme di SICUREZZA ed il cambio rotta va registrato come variazione al piano di navigazione.
“COME NACQUE L’INCHINO” ?
È bene chiarire come il cosiddetto “INCHINO” sia stato, con il passare degli anni, male interpetato.
In passato, nel Golfo del Leone o nelle Bocche di Bonifacio, tanto per citare due esempi, quando i bollettini meteo davano forte maestrale (vento proveniente da NW) e la rotta più breve prevedeva di tagliare il golfo, si decideva di fare l’INCHINO, ovvero, navigare verso l’interno del golfo per prendere meno mare. Questo perché nei golfi, con il vento forte che soffia da terra, il mare a largo ingrossa in maniera considerevole; quindi, fare l’INCHINO significava navigare IN SICUREZZA evitando sollecitazioni allo scafo, danni all’equipaggio, alla nave e al carico.
CURIOSITÀ
In passato, con il termine INCHINO, ci si riferiva anche all’usanza che i comandanti, quando sapevano di avere a bordo un membro dell’equipaggio di una località posta in prossimità della rotta, “tufavano” , cioè salutavano con il fischio (la sirena) le mogli e le famiglie di chi era a bordo.
Ma, quale era la casa di questi marinai? Come facevano a riconoscere la propria?
Ebbene, un’altra usanza (tutt’oggi esistente) di molte località disseminate lungo le coste italiane, era quella di intonacare le proprie abitazioni con colori vivaci e diversi tra loro, così da poter riconoscere la propria a una distanza considerevole.
Ma non fu il caso della Concordia…
Quel naufragio fa pensare invece che le manovre furono svolte senza criterio, e la bella nave rimase inchinata, in ginocchio per la responsabilità di persone che le regole scelsero di raggirarle.
Siamo un popolo di poeti, santi e navigatori come Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Giovanni Da Verrazzano e tanti altri. Chissà cosa penserebbero oggi…
Cieli sereni
PG
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